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CARLO FONTANA
Francesca Agostinelli

E’ un ritorno alle origini quello di Carlo Fontana. Alle origini della pittura stessa. Muove dalla luce, quindi dal colore, con importante concessione esterna all’aspetto tematico, che attraverso la strutturazione cromatico-luminosa propone forme semplici e riconoscibili, appartenenti tanto alla natura quanto a un quotidiano fresco nella sua evidente e condivisibile realtà. Nascono allora “Una casa, un albero”, “Un fiore turchese”, “Caffettiere”, che accomodano il riguardante nel luogo della riconoscibilità della forma, inserita in una caleidoscopica spazialità e resa attraverso mezzi propri della più aulica e canonica storia pittorica: il pennello, la tela (talora la tavola), il colore ad olio. Tutto volge ad un lessico terso ed essenziale, capace di spostare l’asse dell’arte lontano da ogni difficoltà, da ipotesi elitarie, da ogni dramma e, come l’autore stesso dice, lontano da ogni “cattiveria”.
E’ “La gioia di vivere” ad alimentare questa pittura, che si lascia guardare e riguardare serenamente, che pare catalizzare energie positive sostenute da una essenzialità in grado di volgere la imperante dispersione dei contenti verso la centralità degli stessi e di potare il differire, conseguendo il coinvolgimento di ciascuno.
L’idea forte, dal punto di vista costruttivo, è il colore. Viene indagato nella sua dimensione fisiologica: è la scomposizione newtoniana che trasforma la luce bianca in arcobaleno ad interessare l’artista, attento alla rifrazione che rende la tela il luogo della più fresca e diretta espressione cromatica.
Ogni brano di Carlo Fontana annuncia con stupore iridescenze meravigliose. Che sono tuttavia conseguimento di esperienza antica e, ci dimostra l’artista, per nulla consumata in termini di idea, di contenuto, di soluzione.
Al contrario
La luce rifratta alloggia in partiture che avvisano di una spazialità nuova. La struttura cromatica organizza infatti una caleidoscopica griglia in cui ogni tassello offre, in modo accogliente, affondo tridimensionale. Si genera una costruzione policentrica, aprospettica, ove la strutturazione di un vicino-lontano, di un dentro-fuori è certa, quanto distante da ogni convenzione rappresentativa .
E’ quindi attraverso la ricomposizione del colore-luce che sulla tela prendono luogo le forme che argomentano la pittura di questo cinquantenne artista partenopeo. E’ allora che si articola e si precisa un mondo artistico ampio quanto apparentemente ingenuo.
Solo apparentemente ingenuo, perché, al contrario, le soluzioni di Carlo Fontana attingono a saperi legati alla sorgente della pittura e fanno proprie le esperienze di tanta avanguardia, che dal Cubismo, ai Fauves, al Futurismo, all’Espressionismo, conducono ad una tautologia del testo visivo, per cui ogni pennellata dell’artista muove a catena cose vicine e lontane, legate tra loro secondo connessioni imprevedibili che inducono, dietro l’apparente freschezza, a un affondo conoscitivo di spessore inusitato, che spiega l’importanza dell’artista nel quadro della pittura più attuale e il riconoscimento del suo ricercare nell’alveo della storia dell’arte contemporanea. Due sono le biennali veneziane cui Carlo Fontana ha partecipato. Per condurci verso una pittura fatta di casette e chiesette, fiori, alberi, tavolini. Che alloggiano in partiture oscillanti sulla elementare quanto tersa cromia dell’arcobaleno. Che spiegano il senso culturale del colore che rende questo artista partecipe di una storia pittorica inesausta, inestinguibile. E felice.