back

CARLO FONTANA - Dipingo, quindi sono
Roberto Vidali

Quando il mondo finiva alle colonne d'Ercole (poiché di Atlantide si aveva solo un vago ricordo e di quella terra non restava che fango impraticabile alle navi) scarso era il potere della pittura nella volontà di definire i colori dell'arcobaleno.
L'idea di un'arte totalmente vissuta, capace di conglobare il progetto del quadro con quello dell'abitacolo, del camminare con il pensare. Dell'agire con lo stare fermo, non si può pensare a un'arte modale in cui l'artista interpreta un compito riduttivo, dato che per specifica natura ha il dovere di inventare nuovi mondi, di sobillare comportamenti radioattivi e non di vivere sull'inventato, sull'impresa accatastata.
Si direbbe che una sola persona abbia redatto la lista dei colori che ci sono al mondo. Non occorre l'ingegno d'uno psicanalista per capire il livello di codesta scelta: a un certo punto i colori gli son caduti addosso. E stranamente continua ad affermare che sono colori in contrapposizione al grigiore che ritroviamo all'esterno come realtà compatta.
Il pigmento non è mai né smagliante, né lucido, né laccato. Non ha niente di appariscente, di opalino, di riflessivo. Sa sempre un po' di miele. A questo proposito vale il motto: per lo stretto, ripido sentiero delle nubi, su pioli di legno salirono sull'albero di pioppo.
L'abbinamento di cose fortuite, molte volte implicano anche l'uso di un colore fortuito: costruzioni immense con cinque colori che annebbiano la vista. Non sono nitidi perché il pensiero non vuole essere nitido. Qui viene abolito il pensiero schematico, preciso, rigoroso. L'immagine ha pochi limiti, pochi confini, è allargata, fluida, forse deve entrare in movimento, forse deve dare l'impressione della fragilità.
La figurazione si concede ai tratti sommari, presentando una certa indifferenza verso il dettaglio rifinito: l'espressione individuale, i tratti precisi di un viso o di un vaso divengono superflui. La fissità e la deformazione hanno la meglio sul tratto minuto. Questa negligenza viene accettata giacché Matisse e Picasso non possono essere passati invano, ma anche perché l'abbreviazione non si riduce giammai a stenografia incomprensibile ai non praticanti. Ma non solo. Qui non si vuol far retorica, né commuovere con parole mielate. Ecco perché questa indifferenza è giustificabile: è un'indifferenza che sa essere apprezzata e riconosciuta.
L'abilità potrà ancora risiedere nella mani oppure qualsiasi sequenza futuribile dovrà essere devoluta alla macchina? Nel Tremilauno ci sarà qualcuno capace di intagliare un legnetto o di decorare una parete a stucco lucido? Forse le cose non stanno proprio così. Molti mangiatori d'immagini hanno capito che si può continuare a fare affidamento sul taglia e cuci d'impianto pittorico, che non ha bisogno di corrente elettrica né di impianti costosi. Lo schiaffo che offrono alla macchina è: "Dove starebbe, altrimenti, di casa la manualità?"
Manipolare con delicatezza, questa è la regola. Impugnare una matita, tirare una linea, cogliere un colore è come prendere un grillo tra le mani: per non umiliarlo bisogna non chiudere le mani. La leggerezza è come la grazia: si assume dall'alto come soffio di vento.
Arte del levare o frenesia del mettere, cultura della sottrazione o pratica della moltiplicazione: il passaggio non si attuerà dal più carico al meno carico, dall'analisi alla sintesi, bensì dalla dispersione dei contenuti alla centralità degli stessi, dalla materialità opaca alla luminosità del pigmento. Dal luccichio fuorviante degli specchietti… Uscire, varcare il limite. Non soffermarsi sull'analisi delle mura: è il momento di fare l'ispezione dei suoi sotterranei, e quindi di attanagliare le visioni nel gorgo di una matericità laica con una prosa psico-fisica che guardi all'uscita. Le fondamenta gettate dai padri sono importanti, ma il futuro ne deve segnare l'interpretazione.
Un dito di Carlo Fontana indica l'arcobaleno, l'altro è rivolto alla Terra, specificatamente alla coda del pavone: conquista assodata del principio dialettico, senza spirito di ribellione a far da fondale storico. La metafora, come pennello ridondante della lingua, viene abbandonata a favore di una narrazione prosaica: tutto ciò che viene ripreso dalla retina può fungere da schermo piatto della pittura. Forzare una linea d'orizzonte o deformare la sagoma di una figura può stare a significare la medesima cosa: proiezione di un percorso del tutto personale dentro la natura più intima della quotidianità.
Non c'è arsi, non c'è catarsi. Tutto slitta dentro un unico calderone: "E come a un cenno di Pluto, tutte le cose, sacre o profane, si confondono insieme, e a suo arbitrio si fanno guerre paci, imperi, consigli, tribunali, assemblee, matrimoni, trattati, alleanze, leggi, arti, cose serie, cose buffe: in una parola tutte le faccende dei mortali, pubbliche e private" entrano nel calore del nettare pigmentoso.